1000 rose per 1000 campanili

Bepin Segato ha voluto collaborare alla campagna elettorale di un suo amico alle elezione del 2000 tra la seconda e la terza carcerazione, inventando la corsa delle mille rose sotto mille campanili. In pochi giorni Bepin ha battuto ogni città e paese del Veneto con un mazzo di rose in mano con l’impegno di donare una rosa sotto ad ogni campanile alla prima donna incontrata.

Bepin sotto alla Basilica di San Marco
Bepin sotto alla Basilica di San Marco

1000campanili_campanile

1000 rose per 1000 campanili - in piazza San Marco
1000 rose per 1000 campanili - in piazza San Marco
Bepin Segato consegna una rosa
Bepin Segato consegna una rosa

Corriere della sera – 11 maggio 1997

http://archiviostorico.corriere.it/1997/maggio/11/Bepin_ideologo_predicava_mito_dei_co_0_9705116394.shtml

Borgoricco: nella casa di Giuseppe Segato, laureato in Scienze politiche, i carabinieri hanno trovato i proclami del commando e delle mappe

Bepin l’ ideologo predicava il mito dei veneti

L’ ” ambasciatore ” e’ in carcere: girava tutto il giorno per vendere il suo libro. I compaesani: era fissato sulla storia del Veneto ma contrario alla violenza

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Borgoricco: nella casa di Giuseppe Segato, laureato in Scienze politiche, i carabinieri hanno trovato i proclami del commando e delle mappe Bepin l’ideologo predicava il mito dei veneti L'”ambasciatore” e’ in carcere: girava tutto il giorno per vendere il suo libro I compaesani: era fissato sulla storia del Veneto ma contrario alla violenza

DAL NOSTRO INVIATO PADOVA – Il motto dell'”ambasciatore”? “Schei e amicissia orba anca a justissia”, che tradotto in volgare significa che soldi e amicizia accecano anche la giustizia. Lui, Giuseppe Segato, 43 anni, non ancora accreditato nel corpo diplomatico come rappresentante del Governo Veneto Serenissimo ma gia’ associato al carcere di Padova, si teneva il proverbio appeso in bell’evidenza nel tinello. Qui trascorreva le sue serate, fino all’altro ieri, immerso in ponderosi studi sui “triangoli millenari nella pianura delle leggendarie genti venete universalmente appellate”. Qui, fra mappe e appunti, i carabinieri avrebbero trovato anche i testi dei proclami, pronti da trasmettere dal campanile di San Marco occupato.

Dunque il “dottore” non si limitava a disegnare schemi che mostravano “in forma semplificata”, quindi anche per i discepoli piu’ ottusi, “i triangoli per il posizionamento dei principali graticolati agrari degli antichi veneti di cui ampie parti ancora conservate caratterizzano l’attuale assetto stradale”. Con testo a fronte in esperanto. I suoi compaesani di Borgoricco, a una ventina di chilometri da Padova, non capivano proprio tutto ma si adeguavano a quella che sembrava l’innocua fissazione del “dottore”, come lo chiamano rispettosamente qui, in virtu’ della sua laurea in Scienze Politiche: “Ci faceva una testa cosi’ sulla storia del Veneto”, ammette qualche cedimento alla noia il titolare del bar “da Rosetta”. Ma sulla sua correttezza niente da dire: “No, noi non ci crediamo. Bepin e’ stato tirato dentro a questa storia per errore – e’ convinto il cugino primo Giovanni Segato, il parente piu’ stretto del solitario “ambasciatore” -. Lui e’ sempre stato contrario a qualunque violenza, diceva di occuparsi della divulgazione della storia veneta. E girava tutto il giorno con le sue mappe e i suoi libri cercando di venderli a chi s’interessava all’argomento. Soprattutto gli impiegati delle aziende della zona“.

La sua opera principale, intitolata “Il mito dei Veneti dalle origini a noi”, giunta gia’ alla seconda edizione e sempre stampata in proprio, sarebbe da ieri il best seller della provincia, e forse della regione, se l’autore si fosse appoggiato a un distributore, anziche’ all’ansimante motore della sua vecchia auto. “Spendeva piu’ in benzina di quanto ricavasse dalle vendite – considera, pratico, il cugino – ma lui diceva che, anche se i primi anni e’ dura, dopo qualcosa se ciapa. E, a noi, ripeteva: questo non e’ un lavoro, e’ la mia passione“.

Attingeva, come e’ spiegato nella bibliografia delle sue opere, alle fonti classiche: le Storie di Erodoto e Polibio, la Geografia di Strabone, la Storia Naturale di Plinio, gli Annali di Tito Livio e di Tacito, per distillarne 118 pagine sulle civilta’ paleovenete, la rigidezza dei costumi delle antiche donne venete, fino alla memorabile guerra di Chioggia, alla Serenissima Repubblica Veneta. E la sua malaugurata caduta in quel tragico 12 maggio 1797, che il commando secessionista ha cercato l’altra notte di celebrare a modo suo.

Il popolo pero’ non ha abdicato ed e’ tutto marchesco, come ai tempi della guerra contro la lega di Cambrai – s’infervora Giuseppe Segato nel suo libro -. Scatena ovunque una micidiale guerriglia con il proprio grido di guerra “Viva San Marco”, ma questa volta non trova “spalle” a sostenerlo nella lotta per la liberta’ dell’amata Serenissima Repubblica Veneta“. La Storia avrebbe dovuto insegnare.

Misurato, pacato, mai aggressivo, come lo descrivono concordi vicini e conoscenti, il dottor Segato, soprannominato Bepin Bassega, usciva puntuale ogni mattina dalla sua casetta bianca con le finestre dai vetri affumicati, che lasciano spiare all’interno una libreria poco ingombra, una scrivania pulita, una macchina per scrivere, e un gigantesco portacenere per tutte le sigarette che fumava. Al bar Memory ora parlano di lui con prudenza: “Un tipo strano, sempre in giro da solo, con i suoi libri e quell’ossessione per la storia veneta“. Prende le distanze anche il grande amico del “dottore”, Alfio Scolaro, compagno di grandi discussioni politiche, ma diviso qualche anno fa da Segato sulle posizioni da prendere con la Liga Veneta. Doveva sentirsi sempre piu’ solo, l’incompreso Bepin, mentre scriveva l’ultimo paragrafo del suo libro: “Dagli anni Sessanta il Veneto ritorna al suo tradizionale splendore economico. Nutre il grande ideale dell’autogoverno di ogni popolo dell’Europa Unita. Le difficolta’ sono tante ma la fede dei Veneti e’ incrollabile, perche’ la loro autorita’ culturale e’ massima e l’idea e’ serenissima“.

Rosaspina Elisabetta

Pagina 4
(11 maggio 1997) – Corriere della Sera